Memorandum Tricoli & Viola in Italian

Avv. Roberto Fabio TricoliAvv.GianfrancoViola

Avvocatodel Foro di PalermoAvvocato delForodiPalermo

ViaG. La Farinan° 13/AVia Autonomia Siciliana n° 18

90141 Palermo90143 Palermo

MEMORANDUM

Il Sig. Vito Roberto Palazzolo nasce a Terrasini [Palermo] nel 1947 nel contesto di un nucleo familiare di nobili e oneste origini i cui membri, da svariate generazioni, non sono stati mai coinvolti in vicende giudiziarie ma al contrario, si sono sempre distinti per il loro impegno civile, sociale e politico.

Dopo avere lasciato l’Italia nel 1962, e cioè all’età di quindici anni, Palazzolo si è recato in Svizzera ed in Germania, dove ha studiato e lavorato, mantenendovi la residenza per ventiquattro anni, ossia fino al 1986. Da allora risiede permanentemente nella Repubblica del Sudafrica e, nel 1994, è stato naturalizzato cittadino Sudafricano.

Nei primi anni ottanta, il Signor Palazzolo venne nominato presidente di una società finanziaria e fiduciaria di una delle tre maggiori ed importanti banche svizzere e, nel 1982, questa banca gli vendeva una partecipazione sostanziale di tale società finanziaria, mantenendovi un proprio direttore e lasciando la presidenza al Signor Palazzolo medesimo.

Ciò premesso, riporteremo in ordine cronologico le vicende giudiziarie, compresi i rispettivi esiti,vissute dal Palazzolo a partire dal 1984, allorquando il medesimo era un illustre incensurato, assente dai file/dossier di tutte le Polizie del mondo.

Durante tale attività di gestione patrimoniale di facoltosi clienti e di società finanziarie internazionali, il Signor Palazzolo veniva coinvolto, per il suo ruolo societario, in una indagine giudiziaria inerente il trasferimento di alcuni fondi dagli USA alla Svizzera. A conclusione di tale procedimento penale, celebratosi in Svizzera, il Signor Vito Roberto Palazzolo è stato condannato, previo riconoscimento dell’attenuante della c.d. “Grave angustia” – consistente in una situazione di coazione psicologica, in cui sarebbe stato costretto a violare la legge a causa delle minacce ricevute – alla pena di anni tre e mesi nove, per infrazione della legge federale sugli stupefacenti.

La condanna, in particolare, ha avuto ad oggetto una condotta consistente esclusivamente nella partecipazione al trasferimento di alcune somme di denaro dagli Stati Uniti alla Svizzera, che sarebbe avvenuto intorno al 1982.

In realtà, come riconosciuto anche dalla Corte delle Assise criminali del Cantone Ticino nella sentenza emessa in data 26.11.1985, Palazzolo non ha mai trafficato né altrimenti toccato sostanze stupefacenti, ma si è limitato a dare dei fondi a chi ne aveva diritto, poiché non poteva arrogarsi l’autorità di congelare denaro non di sua pertinenza e per il quale, allora, nessuna Autorità Giudiziaria era in possesso di elementi tali da fare ritenere illecita la sua provenienza.

Il processo celebratosi a carico del Palazzolo, in effetti, riguardava un caso di “money laundering”, il primo verificatosi in Svizzera, non previsto dal diritto penale elvetico sino al 01.08.1990.

Solamente per tale ragione, il Tribunale penale nel 1985 ebbe ad applicare la normativa federale in materia di stupefacenti, interpretando estensivamente il concetto di finanziamento e di intermediazione, poichè l’attività illecita è consistita soltanto nell’organizzazione del trasferimento di somme di denaro dagli Stati Uniti alla Svizzera per conto di clienti implicati in traffici di stupefacenti, senza diretta partecipazione al traffico medesimo e senza che il denaro trasferito sia stato poi investito per finanziare l’acquisto di droga.

Ciò è tanto vero che, sotto il profilo soggettivo, ossia dell’intenzionalità della realizzazione dell’evento, la Corte delle Assise criminali del Cantone Ticino ha accertato che Palazzolo non ha agito con consapevolezza e volontà perchè non sapeva, pur avendo dubbi e perplessità, che gli importi trasferiti potessero provenire dalla vendita di stupefacenti e che i propri clienti fossero dei trafficanti.

Per conseguenza, il fatto illecito gli è stato attribuito a titolo di dolo meramente eventuale, ossia di minima intensità. In relazione a tale vicenda giudiziaria, Palazzolo, non solo ha interamente scontato la pena in Svizzera ma, come stabilito dal Tribunale federale svizzero con sentenza del 06.01.1992, divenuta definitiva il 03.05.1995, ha anche subito una carcerazione ingiustificata pari ad un anno e nove mesi, in relazione alla quale gli è stato riconosciuto il risarcimento per ingiusta detenzione.

In ogni caso, per ciò che maggiormente interessa, Palazzolo venne tratto in arresto in Svizzera il 20.04.1984, a seguito di richiesta di estradizione inoltrata da parte dell’Italia, in relazionead un mandato di arresto emesso dal Tribunale di Roma in data 16.04.1984.

Ciò, inequivocabilmente, dimostra che l’Autorità Giudiziaria italiana procedeva per i medesimi fatti oggetto del citato procedimento celebratosi in Svizzera, istruito dal P.M. di Lugano in data 14.11.1984.

Sempre per i medesimi fatti, inerenti la ricettazione dei fondi sopra meglio specificati, il 29.11.1984, gli Stati Uniti chiesero l’estradizione alle autorità svizzere. Tuttavia, l’accusa originaria della Procura di New York, che ipotizzava la vicinanza di un certo “Palazzolo” ad ambienti mafiosi, era in realtà riferita ad un altro soggetto omonimo, tale Vito Girolamo Palazzolo, nato a Cinisi nel 1946 ed ivi residente in via Archimede.

Per dimostrare l’assenza di qualsiasi vincolo di parentela con tale soggetto, Vito Roberto Palazzolo ebbe a produrre all’Autorità Giudiziaria svizzera i certificati storici della sua famiglia.

Il 20.03.1985 il Tribunale Federale Svizzero negò l’estradizione di Palazzolo all’Italia, sulla base del fatto che le autorità svizzere avevano già dato corso ad un procedimento contro di lui per gli stessi fatti indicati nella rogatoria italiana alla Svizzera (principio della doppia imputazione).

Il 26.06.1985, l’Ufficio Federale Svizzero della Giustizia e Polizia negava l’estradizione richiesta dagli Stati Uniti d’America per le stesse ragioni esposte nel caso della richiesta italiana.

Con la fine del procedimento celebratosi in Svizzera, pertanto, la vicenda giudiziaria del Palazzolo avrebbe dovuto definitivamente considerarsi conclusa, in ragione del principio del c.d. “ne bis in idem”, espressione di civiltà giuridica, vigente in qualsiasi stato di diritto.

Tuttavia, le Procure della Repubblica sia di Roma che di Palermo, hanno continuato a procedere nei confronti di Palazzolo, sempre per i medesimi fatti oggetto del processo celebratosi in Svizzera, in quanto la Stato italiano non riconosceva le sentenze emesse dall’Autorità Giudiziaria elvetica. L’accordo Italia – Svizzera, in tema di assistenza giudiziaria in materia penale, è stato, infatti, stipulato solamente il 10.09.1998, ratificato con L. 5 ottobre 2001 n°367 ed entrato in vigore in data 01 giugno 2003.

L’art. III di tale norma, rubricato “Ne bis in idem”, al comma I testualmente recita “L’assistenza giudiziaria è rifiutata se la domanda concerne fatti sulla base dei quali la persona perseguita è stata definitivamente assolta nel merito o condannata nello Stato richiesto per un reato corrispondente per quanto riguarda l’essenziale, a condizione che la sanzione penale eventualmente pronunciata sia in corso di esecuzione o sia stata già eseguita”.

Tuttavia, pur in presenza di tale ostacolo normativo, ancora oggi Palazzolo si trova sotto processo in Italia per associazione mafiosa, nonostante sia, in punto di fatto,conclamatala sua assenza dal territorio italiano da circa quaranta anni, sia perchè il fatto reato per il quale il Palazzolo è attualmente imputato è stato già oggetto di giudicato irrevocabile , avendo il Tribunale di Roma , con sentenza del 28 marzo del 1992 assolto il Palazzolo con ampia formula liberatoria. Il fatto per il quale è stato chiamato a risponder nell’originario atto di accusa, risulta, pertanto, coperto dal cosiddetto “ne bis in idem” ( principio della “double Jeopardi”) sia interno che internazionale.

Malgrado, quindi, la precedente sentenza di assoluzione con formula “perchè il fatto non sussiste”, emessa dal Tribunale di Roma in data 28.03.1992, per il medesimo delitto di cui all’art. 416 bis c.p., l’Autorità Giudiziaria di Palermo, incredibilmente, sta processando Palazzolo addirittura per fatti, in realtà inesistenti, che avrebbe commesso dopo il 1992 e, quindi, in Sudafrica. Tale ipotesi di accusa, sotto il profilo giuridico, si presenta già di per sé manifestamente contraddittoria, nel senso che appare irragionevole sostenere la stabilità del c.d. vincolo associativo tra l’organizzazione criminosa “cosa nostra” esistente in Palermo ed un soggetto, Vito Roberto Palazzolo, dimorante fuori dall’Italia da oltre quaranta anni (cfr. Sentenza di I grado).

In ogni caso, è l’insussistenza di qualsiasi fatto illecito posto in essere in Sudafrica, proprio in quanto mai accertato dall’Autorità Giudiziaria Sudafricana (cfr. all.), a manifestare il preconcetto che sta alla base dell’azione giudiziaria in atto perseguita nei confronti del Palazzolo.

Se, in altri termini, Palazzolo deve ritenersi associato mafioso per fatti che avrebbe commesso in Sudafrica (in quanto successivi al 1992) e se, nello stato sudafricano, non è mai emerso nulla di illecito a suo carico, l’intera vicenda processuale italiana appare priva di qualunque ragionevole fondamento.

Proprio in ragione di tali inoppugnabili dati di fatto (Palazzolo da oltre venti anni vive in Sudafrica, laddove non ha mai commesso alcun reato), il procedimento penale a sua carico si è, per larga parte, trasformato in un processo allo Stato sudafricano, alla sua giurisdizione e, per alcuni aspetti, anche alla sua sovranità.

La valutazione sull’assoluta liceità della condotta tenuta dal Signor Palazzolo, non è stata minimamente inficiata neppure dall’ambiguo comportamento di taluni investigatori sudafricani, che, con mendaci e fuorvianti dichiarazioni hanno tentato di accreditarsi direttamente presso le autorità italiane, sostenendo accuse non avallate dai canali ufficiali dell’ufficio Interpol di Pretoria (cfr. All.).

Si tratta dei medesimi investigatori che sono stati poi sottoposti a procedimento penale e/o disciplinare in Sudafrica.

In particolare, il Signor Lincoln è stato condannato a nove anni di reclusione per diversi reati contro il dipartimento di polizia e il Signor Smith si è volontariamente dimesso, adducendo gravi motivi di salute mentale, per evitare che il procedimento disciplinare, instauratosi nei suoi confronti, si concludesse con una severa sanzione (cfr. All. ).

Tutto ciò, purtroppo, continuando l’Autorità Giudiziaria italiana ad attribuire credito alle dichiarazioni dei due investigatori, ha comunque danneggiato l’immagine del Signor Palazzolo che, è stato esposto ad una continua gogna mediatica di smisurate proporzioni, ed è stato persino costretto a subire un processo per illegittima acquisizione della cittadinanza sudafricana.

Tale ulteriore accusa, come le altre, si è rivelata palesemente infondata, tanto è vero che il relativo processo si è concluso con una sentenza pienamente assolutoria, che, oltre a riconoscere la legittima acquisizione della cittadinanza, ha persino censurato l’operato degli organi investigativi che avevano dato impulso all’azione penale.

Pertanto, possiamo affermare che, se Palazzolo doveva essere processato per associazione mafiosa per fatti successivi al 1992 e, in quel tempo, già risiedeva in Sudafrica, i fatti illeciti da individuare dovevano necessariamente essere stati commessi in territorio sudafricano ma, non essendo emerso nulla di indiziante a suo carico, l’Autorità Giudiziaria Italiana ha continuato a fondare il proprio convincimento esclusivamente su meri pregiudizi, derivanti sempre dalle vicende ampiamente copertedai giudicati elvetici e dai corrispondenti giudicati italiani.

Pregiudizi che, sinora (la sentenza non è ancora definitiva e nell’ordinamento costituzionale italiano vige il principio della presunzione di innocenza fino alla definitiva conclusione del procedimento – art. 27 Costituzione), hanno prevalso, nonostante la sentenza emessa in data 09 gennaio 2004 dalla Suprema Corte di Cassazione che, con riferimento alla fase cautelare, aveva escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’imputato.

La sentenza della Suprema Corte ha perentoriamente affermato i seguenti principi di diritto :

A) eventuali fatti o circostanze ante 1992 non potevano essere presi in alcuna considerazione perché di già coperti da giudicato assolutorio;

B) nel caso del Sig. Palazzolo, non è condivisibile l’assunto dell’accusa, secondo il quale la sua asserita partecipazione all’associazione mafiosa implicherebbe un vincolo permanente. Ciò, in quanto, la permanenza sarebbe ipotizzabile solo qualora nei confronti del Palazzolo fosse stata emessa una sentenza di condanna, e giammai, come nel caso di specie, nel quale è stata pronunziata una sentenza irrevocabile assoluzione;

C)la insussistenza di fatti penalmente rilevanti in epoca successiva al 28 marzo 1992.

In relazione al primo punto, in particolare,la Suprema Corte ha affermato che ”occorre partire, come correttamente rilevato dalla difesa, dal dato, incontestato ed incontestabile, che il Palazzolo è stato assolto con formula piena dall’accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, contestatagli come commessa fino alla data del 28 marzo 1992, momento nel quale è stata emessa la sentenza assolutoria del Tribunale di Roma. Da ciò deve necessariamente dedursi che la configurabilità di una eventuale condotta di persistente partecipazione ad associazione mafiosa non può che essere legata a fatti o comportamenti successivi alla data suddetta, non potendosi fare in alcun modo riferimento ad elementi e circostanze preesistenti alla data suddetta, in quanto definitivamente coperti dal giudicato liberatorio” [ pag. 5 e 6, Sentenza n°82/04 Suprema Cortedel 9.01.2004].

Con riferimento al secondo punto, inoltre,la Suprema Corte asserisce che “quando sia stata pronunziata assoluzione, non è concepibile alcuna forma di permanenza di una condotta criminosa che è stata invece giudizialmente esclusa e, in virtù di tale sentenza spiega tutti i suoi effetti la preclusione del giudicato di cui all’art. 649 c.p.p.; per modo che , essendo stato travolto l’elemento materiale del reato, una situazione di illegittimità , da considerare mai esistita, non può dispiegare effetti giuridici a danno dell’indagato( o imputato).” [ pag. 6 e 7, Sentenza n°82/04 Suprema Cortedel 9.01.2004].

Passando, infine, al terzo punto, ovverosia alla verifica della sussistenza degli elementi indiziari successivi al 28 marzo 1992, indicati nel mandato di cattura, la Suprema Corte, oltre a ritenere l’assoluta vaghezza e genericità di tutti i riferimenti contenuti nel predetto mandato, ha escluso sia che il Palazzolo nel 1996 abbia dato ospitalità in Sudafrica a due soggetti, sia la rilevanza penale di una tale ipotetica condotta, al fine di integrare il reato di partecipazione all’associazione mafiosa .

Secondo la Suprema Corte, infatti, “ è più che evidente che gli elementi suddetti, a prescindere dal fatto che all’epoca i due personaggi non erano sottoposti ad alcuna misura custodiale, non possono, da soli, dar vita ad un quadro indiziario che abbia il necessario carattere di gravità richiesto dalla legge.” [ pag. 7, Sentenza n°82/04 Suprema Cortedel 9.01.2004].

In applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha così disposto :

“Alla stregua delle considerazioni che precedono, l’ordinanza impugnata, in quanto viziata per violazione di legge e carenza motivazionale, va annullata, con conseguente rinvio al Tribunale del Riesame in diversa composizione per nuovo giudizio che tenga conto dei rilievi formulati e dei principi come sopra affermati.”

Sulla scorta di tali precise indicazioni della Suprema Corte di Cassazione, il Tribunale del Riesame [ Giudice dinnanzi al quale possono essere impugnati i mandati di cattura,le cui decisioni sono impugnabili soltanto dinnanzi alla Suprema Corte di Cassazione] , in sede di rinvio, con provvedimento del 06.04.2004, aveva annullato il mandato di cattura emesso nei confronti del Palazzolo, attesa l’insufficienza degli elementi indiziari a sostegno di tale provvedimento.

È evidente, pertanto, che la sentenza di condanna del Tribunale di Palermo, confermata dalla Corte di Appello in data 11.07.2007, ha violato in modo eclatante il principio di diritto fissato dalla Suprema Corte, secondo il quale nessuno può essere giudicato due volte per il medesimo fatto.

Di contro, come in un gioco di specchi, mentre la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto destituita di fondamento l’ipotesi accusatoria, in quanto nulla di indiziante era emerso in epoca successiva al 1992, periodo in cui già il Palazzolo risiedeva in Sudafrica, i Giudici di merito sono pervenuti alla condanna dell’imputato per associazione mafiosa, nonostante il periodo di riferimento indicato nel capo di imputazione riguardasse esclusivamente il Palazzolo residente e cittadino Sudafricano, soggetto distinto e distante, non solo territorialmente, dall’ipotesi di accusa elevata a suo carico.

Vito Roberto Palazzolo, assolutamente incensurato sino all’età di trentotto anni, ha già abbondantemente pagato il proprio debito con la giustizia, scontando la propria pena in Svizzera e, oggi, a notevole distanza di tempo dai fatti, tale ingiustificata odissea giudiziaria si scontra con i principi di civiltà giuridica comuni ad ogni stato di diritto, e la Suprema Corte di Cassazione, giudice di legittimità, porrà, come in precedenza aveva incisivamente statuito, fine all’ingiusto processo che sta attualmente subendo in Italia.

Avv. Roberto F. TricoliAvv. Gianfranco Viola